30.4.09

r/031 - Etichetta di frigo

Etichetta in alluminio di un vecchio frigorifero marca Ready.

Quando ho raccolto questa targhetta, del frigo a cui apparteneva non vi era più alcuna traccia. Quel vecchio Ready 500 degli anni '50 ormai starà arrugginendo in chissà quale discarica...
E dopo fettine d'agnello, cavolfiore bollito e latte parzialmente scremato, i suoi ripiani ospiteranno solo terra sporca, diossina e vermi.

Il rudere nel quale l'ho trovata era tutto ciò che restava di una vecchia struttura militare dell'ultima guerra (probabilmente un deposito di viveri o munizioni, a giudicare dalla doppia muratura), che deve essere stata abitata per un certo periodo anche dopo il conflitto, fino al suo totale abbandono negli anni '50 /'60.

Mentre fino a pochi anni fa la zona era aperta ed accessibile, attualmente è stata recintata come se si trattasse di un cantiere in corso d'opera, ma non è presente alcun cartello informativo come d'obbligo in ogni cantiere autorizzato. Inoltre i materiali accumulati (mattoni, tondini di ferro, assi di legno, ecc.) sono dei tipi e forme più disparati, alcuni vecchi e in cattive condizioni. Insomma, sembrano raccattati un po' dove capita. Sono forse il risultato di scorribande notturne in veri cantieri edili alla ricerca di ciò che serve al fine di mettere in atto l'ennesimo ABUSO EDILIZIO?

La tecnica è quella e l'abbiamo vista decine di volte nei servizi giornalistici: si chiude l'area come se fosse privata, si costruisce una struttura provvisoria tipo serra o baracca per gli attrezzi e al suo interno si iniziano a tirare su i nuovi muri. Questi resteranno nascosti alla vista dei curiosi fino a quando, un bel giorno, chi passerà di lì vedrà una bella casetta e avrà la sensazione indotta che ci sia sempre stata.
Tutto questo può andare avanti per anni, e nel frattempo chi dovrebbe vigilare sul territorio non lo fa.

Una volta notata questa situazione, provai a segnalarla ad un sito genovese che si occupa proprio di questo, ma non ne seppi più nulla... E siccome ogni volta che passo da quelle parti mi innervosisco pensando che qualcuno si sia appropriato indebitamente di un'area pubblica in una zona verde così privilegiata, questa volta spiattello tutto sul blog.
Può darsi che io sia in errore e chi vive lì abbia diritto di farlo, ma gli indizi sono tutti a suo sfavore.
In questo caso non penso di diffamare nessuno, non facendo nomi. Se però volete dare un'occhiata alla zona, ecco come appariva un po' di tempo fa in un'immagine aerea ripresa da Virtual Earth:
  • R - Recinzione di lamiere e reticolato metallico. Accesso chiuso con catena e lucchetto. Se non ricordo male era presente anche un cartello che proibiva l'accesso agli estranei;
  • M - Accumulo di materiali edilizi, in modo piuttosto caotico e secondo quello che si trova di volta in volta;
  • B - Baracche di nuova costruzione e di uso incerto (riparo per gli attrezzi? garage? serra? o cantiere mascherato?);
  • X - Struttura originale abbandonata;
  • C - Costruzione abitativa fai-da-te in legno con auto parcheggiata, dalla quale proveniva anche musica ad alto volume;
  • O - Orticello ben curato (chiaro segno che lì qualcuno ci vive);
  • S - Strada sterrata (via Berghini alta). A sinistra si va verso la vecchia cava abbandonata, a destra si scende ai Camaldoli. Il complesso di strutture dalla strada è visibile solo in parte.
QUESTO è il link per chi volesse dare un'occhiata all'intera zona.

E ora passiamo al tema del post: il frigo!

La maggior parte di noi sono nati con un frigo in casa, e siamo così abituati alla sua presenza che non riusciremmo ad immaginare una cucina senza la sua rassicurante presenza. E' come l'interruttore della luce, ci si rende realmente conto che esiste solo quando per qualche motivo non funziona.
Eppure il frigo è entrato nelle nostre case in tempi più o meno recenti. Quando i nostri nonni erano giovani, nessuno di loro aveva in casa un frigo.
Esistevano però le ghiacciaie, ed esistevano tutta una serie di tecniche e di accorgimenti per fare in modo che il cibo si conservasse più a lungo.
Tutte conoscenze che si sono perse poco a poco proprio a causa di questo grosso cassone metallico che apriamo e chiudiamo decine di volte al giorno. Dal suo ventre ghiacciato peschiamo ogni sorta di tesoro considerandolo una fatto normale... ma fermiamoci un attimo a riflettere... Quante di queste cose sarebbero miraggi impossibili in mancanza di un frigo: una bibita ghiacciata in piena estate, le polpette fatte dalla nonna una settimana prima, il barattolo aperto di peperoni alla griglia provenienti dal Perù...

E se un giorno, per qualche motivo, non fosse più possibile fare affidamento sul frigo per conservare i cibi? Quali sarebbero le ripercussioni sulla nostra vita? Saremmo capaci di mantenere inalterate le nostre abitudini alimentari affidandoci a qualche metodo alternativo?
Allo stato attuale delle cose, la risposta è NO.

Non è poi così assurdo pensare che un giorno il frigo ci abbandoni, magari anche solo temporaneamente. Questo infatti, come tanti altri oggetti presenti nelle nostre case, per funzionare ha bisogno della corrente elettrica. L'elettricità è prodotta da centrali di vario tipo (nucleari, a carbone, idroelettriche, fotovoltaiche, eoliche, ecc.) e distribuita capillarmente su tutto il territorio attraverso una estesa rete di centraline, tralicci, trasformatori...
Un meccanismo complesso e delicato che potrebbe incepparsi in qualsiasi momento per il motivo più banale (per esempio la caduta di un traliccio, come nel black-out che oscurò l'intera penisola nel settembre del 2003).
La causa in realtà potrebbe essere anche ben più seria, come per esempio una tempesta solare particolarmente forte, che raggiungendo il campo magnetico terrestre provocherebbe la fusione dei trasformatori e la conseguente paralisi elettrica per tempi decisamente più lunghi, forse anni. Le conseguenze a livello globale di un evento del genere sarebbero catastrofiche.
Per chi volesse approfondire, allego un recente articolo tratto dalla Stampa di Torino, che ben descrive la situazione che si verrebbe a creare. Faccio notare che questo studio proviene dalla NASA e non da qualche sito catastrofista o new age.

Vorrei però tornare all'argomento di questo post e cercare di fare un ragionamento più costruttivo.
In casi come quello sopra esposto, che cosa potremmo fare per continuare a conservare i cibi (sempre che dopo le scene di panico e i saccheggi che si verificherebbero ci fosse ancora del cibo da conservare) ?
Innanzi tutto, è necessario sapere che non tutti i cibi si conservano allo stesso modo, e che alcuni sono molto più difficili da mantenere commestibili.

Gli alimenti che hanno vita più lunga sono i cereali. Conservati in luogo asciutto e lontano da parassiti, possono mantenersi inalterati per anni. Macinando i cereali si ottiene la farina, che insieme all'acqua crea il pane, ovvero la base dell' alimentazione umana.
Insomma, se abbiamo cereali e acqua potabile, non moriremo di fame.

Poi abbiamo le verdure e la frutta di stagione, che non durano a lungo, ma che possono essere raccolte e consumate al momento, sempre avendo a disposizione le piante che le producono. In questo è sicuramente avvantaggiato chi ha un terreno o anche un piccolo orto.
Tutto il sistema di produzione in serra dipende dai macchinari che mantengono temperatura e umidità ottimali per poter produrre meloni e pomodori in pieno inverno...
Inoltre, se viviamo in Italia, dimentichiamoci le banane e le noci di cocco, prodotti che per arrivare fino a noi attraversano l'oceano in celle frigorifere a bordo di grosse navi da carico!
Molte verdure possono essere seccate al sole o cotte e conservate sott'olio in barattoli sterilizzati e chiusi ermeticamente, per poi essere consumate anche a distanza di anni.
Tre o quattro anni fa usai un barattolo di salsa di pomodoro preparata da mia nonna nel 1996!

I latticini vanno consumati in tempi brevi, anche se i formaggi stagionati, protetti dalla loro crosta, possono durare più a lungo. Le dispense di una volta erano sempre luoghi scuri e chiusi (la luce altera gli alimenti), spesso ricavati in cavità del terreno o in grotte naturali, che mantengono una temperatura fresca e costante in ogni stagione. Inutile dire che le nostre case moderne e funzionali non sono preparate a questa eventualità...

Il latte appena munto va bollito e bevuto in giornata (per imparare la nobile arte della mungitura, vi rimando a QUESTO post).

Le uova hanno anch'esse durata molto breve, ma possono essere conservate più a lungo se bollite. In questo caso però è importante non risciacquarle con acqua fredda, perché i batteri presenti (anche nell'acqua potabile) penetrerebbero attraverso il guscio e si riprodurrebbero liberamente all'interno dell'uovo stesso.
In questo caso però la soluzione è semplice: basta avere due o tre galline in cortile o sul terrazzo, e non mancheranno uova fresche tutti i giorni!

Il pesce e la carne sono gli alimenti di più difficile conservazione, ma a dire la verità sono anche i primi a cui possiamo rinunciare senza conseguenze negative per la salute. Anzi, semmai è vero il contrario.
Io sono assolutamente di parte in questo argomento, avendo abbandonato il consumo di carne e pesce da quasi 15 anni, e penso che quella vegetariana sia la migliore scelta possibile in ambito alimentare. Ma non preoccupatevi, non ho intenzione di fare propaganda.
Semplicemente guardatevi nel piatto, e fate la vostra scelta, pensando che voi diverrete quello che state mangiando.

Se la vostra scelta è quella di continuare comunque a mangiare carne, sappiate che anche questa può essere conservata per tempi lunghi senza l'ausilio di frogo o congelatore, ma che è necessario sottoporla a trattamenti un po' più complessi. Per esempio, si può procedere alla produzione di insaccati, combinando i vantaggi della disidratazione e della salatura. Quest'ultimo metodo è il più usato sin dall'antichità, in quanto il sale uccide i batteri che ne provocherebbero la decomposizione.
Dopo essere stata opportunamente speziata, la carne va tenuta varie settimane sotto sale, e successivamente può essere appesa al sole ed essiccata (anche questo processo tarda parecchie settimane, da 5 a 16). L'importante quindi è trovarsi in una zona secca e molto soleggiata!

La stessa tecnica può essere usata anche per il pesce (vedi lo stocafisso).

A questo punto, con un po' di fortuna, saremo in grado di riorganizzare la nostra vita (alimentare e non) anche in un mondo senza più corrente elettrica e liberi dalla schiavitù fisica e psicologica del frigorifero.
Se poi nel frattempo avremo avuto la possibilità di costruirci senza spendere troppo una casetta in collina con tanto di orticello e fattoria personale, saremo a cavallo!

...O sentiremo la mancanza della TV?

DETTAGLI:
Dimensioni: cm 5 x 4
Peso: 1 gr
Produttore: C.Paccagnini inc. - Milano

Dati frigo:
Tipo: 500
Armadio n° 231404
Gruppo n° 771404
Tensione: 220 Volt

Provenienza:
2005. Un vecchio rudere sulle alture di Genova, un pomeriggio d'estate in cerca di more.

23.3.09

r/030 - Storia di un eroe

Questa volta non ci sarà bisogno di spendere molte parole per presentare l'oggetto in questione. Si tratta di un documento dattiloscritto in triplice copia, trovato tra vecchie lettere e cartoline che mia nonna conservava in una scatola. La stessa da cui uscì il calendario-canzoniere abissino (vedi r/015), e che riserverà altre sorprese in futuro.


Ogni copia del documento è composta da due fogli leggerissimi uniti da una graffetta angolare metallica. Non mi è chiaro se si tratti della prima stesura originale o se anche queste siano copie posteriori di uno scritto molto più vecchio. Il titolo "PRO-MEMORIA" lascerebbe pensare proprio a questo.
I fatti narrati si riferiscono al 25 novembre 1917, quando era ancora in corso la prima guerra mondiale. Nel testo infatti vengono citate alcune profughe, e la stessa ragione del viaggio che porta il protagonista fino alla cittadina di Riccione, è l'intenzione di mettere a disposizione del Comitato dei Profughi una casa che egli possedeva in quella località.
Ricordiamo che proprio un mese prima si era combattuta nella valle dell'Isonzo la fatidica battaglia di Caporetto, e che l'esercito italiano aveva dovuto ripiegare in tutta fretta di fronte all'offensiva congiunta di austriaci e tedeschi.

Il protagonista di questa storia non è un mio diretto parente, ma in qualche modo è collegato alla mia famiglia. Sostituisco il cognome con una neutra "X" che penso non tolga nulla alla vicenda in sé.
Ma basta chiacchiere. Ecco qui il testo completo del documento:

PRO-MEMORIA
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La sera del 25 novembre 1917 il signor X Giovanni Battista (già S.Capo Ufficio alle Ferrovie dello Stato in Roma - via Boncompagni, scendeva colla moglie (entrambi provenienti da Roma) alla stazione di Riccione e s'incamminava verso la località Fogliano, dove possedeva una casetta ch'egli era appunto venuto per consegnare al Comitato dei Profughi.

La vecchia stazione ferroviaria di Riccione in una foto d'epoca.

Il tempo era burrascosissimo e per ripararsi un po' i detti signori sostarono per un momento nel negozio di Sale e Tabacchi di proprietà delle signore Gaspari (sito a Riccione Marina); quindi ripresero il cammino, giunsero con fatica in località Fogliano, dove sostarono pochi minuti nell'abitazione del Sig.Ratini, custode della loro casa.
Non appena giuntivi, lugubri ed insistenti ululi di sirena provenienti dal mare richiamarono la loro attenzione.

Il X, intuendo che una nave in pericolo doveva trovarsi nelle vicinanze, interruppe la conversazione e, pregata la moglie di andarsi a mettere al riparo nella propria casetta, si recò arditamente ed in tutta fretta sulla spiaggia vicinissima.
Dico "arditamente" poiché il maltempo imperversava in modo così orribile che nonostante i ripetuti appelli di soccorso lanciati dalla nave, la spiaggia era deserta di pescatori, di contadini, di guardia di Finanza di Carabinieri.
Nell'oscurità il Sig. X intravide confusamente a non grande distanza dalla riva, una nave flagellata dai marosi, ed udì le grida dei marinai ohe in coro gridavano : "Aiuto, siamo italiani, affondiamo, salvateci!"

Il Sig. X, in preda a vivissima commiserazione per la sorte dell'equipaggio, si pose con gran voce a gridare verso la nave che si seppe poi essere il cacciatorpediniere "Zefiro" della Regia Marina, (nella foto in basso, n.d.r.) di farsi coraggio che lui correva ad avvertire le autorità.
Prima di lasciare la spiaggia, però, credette bene di perlustrarla, e la sua precauzione non fu vana perché scorse un individuo vestito della sola maglia, con un salvagente attorno al collo, il quale, assiderato dal freddo terribile, esausto dallo sforzo fatto nuotando dal cacciatorpediniere alla spiaggia, stava per perdere i sensi.

Il poveretto esposto a quel modo alla "bora" violenta e gelata, coperto di nevischio, era incapace quasi di pronunziare parole, tanto che alle interrogazioni non poteva rispondere che in modo confuso; "Talian, talian, zefir, zefir" (cioè che era italiano e che la nave era lo "Zefiro").
Il Sig. X, al quale il naufrago si aggrappava semi-svenuto, lo sorresse e, condottolo alla Trattoria dell'Alba (sita nel pressi) bussando e dando il suo none ben noto all'ostessa, chiese si desse ospitalità ad un povero naufrago.

Malauguratamente l'ostessa, Sig.ra Ida Conti in Patrignani, intimorita dalla notte burrascosissima, rispose dalla finestra che era sola con i figlioletti e non poteva aprire.
Ed il Sig. X, ripigliato sotto braccio il povero naufrago che se ne moriva dal freddo, lo condusse alla più vicina casa abitata (proprietario Sig. Rossi) ove dimoravano alcune profughe (Signore Socol) le quali premurosamente provvidero al ristoro del disgraziato marinaio che si seppe poi essere certo Vito Surdi di Monopoli, fuochista a bordo dello Zefiro.

In detta casa il Sig. X vide ricoverato un altro naufrago (Sig.Bonezzi silurista dello Zeffiro) il quale vi si era ricoverato in precedenza e da lui potè avere qualche notizia sull'incidente: fra l'altro seppe che lo Zeffiro numerava fra equipaggio ed ufficialità circa un'ottantina di persone. Al pensiero che tante persone erano in imminente pericolo di vita il Sig. X, benché avanzato in età (60 anni) ed abituato alla vita pacifica dei tranquilli e ben protetti ambienti degli uffici e nonostante che la bufera incutesse timore perfino ai contadini del luogo, corse nuovamente sulla spiaggia in cerca d'altri naufraghi, ma non scorgendone e trovando la spiaggia tuttora deserta di qualsiasi militare; in risposta alle invocazioni d'aiuto sempre provenienti dalla nave reiterò a gran voce le sue esortazioni di farsi coraggio ed avvertì che еgli si recava dalle autorità per chiamare soccorso.
Prima però, corse alla sua vicina casetta per avvertire e tranquillizzare la moglie che - messa in orgasmo dai lugubri urli della sirena e dai gridi non meno impressionanti dei marinai che in coro chiamavano aiuto - attendeva ansiosamente, sola nella notte tempestosa, il ritorno del marito; la informò dell'accaduto e le disse che doveva perciò recarsi subito a Riccione por chiamare soccorso.

Panorama di Riccione nei primi anni del '900.

Alle amorevoli insistenze della moglie che lo pregava di voler prendere un po' di cibo, prima di esporsi nuovamente alla bufera, il Sig. X rispose le testuali parole :" Pensa che vi sono 8О persone in pericolo di vita, ed un solo momento di ritardo sarebbe un delitto."
La moglie benché inquietissima non osò insistere per la fermezza da lui dimostrata, sia per il pensiero della salvezza ohe stava per derivarne a tante persone che per compiere il loro dovere si trovavano in pericolo di vita.
Ed il Sig. X, senza ristorarsi, senza nemmeno cambiarsi i vestiti inzuppati ripetè: "Il mio dovere mi chiama", ed uscì nuovamente al tempo terribile, alla pioggia sferzante per giungere da solo (lui, impiegato anziano, giunto in quel momento da Romа e notisi dopo uno snervante viaggio di 20 ore, ritardo dovuto alla riduzione del servizio ferroviario) fino a Riccione Marina per avvertire dell'accaduto il Comando dei RR.Carabinieri ed il Comando della R.Finanza.
Non avendo la Caserma dei RR.Carabinieri il telefono egli, accompagnato dal Maresciallo, si recò nella Caserma di Finanza nella quale trovò le autorità ignare dell'accaduto: insistette vivamente ohe si telefonasse a Rimini e ad Ancona per il pronto invio di soccorso, mezzi di salvataggio, e la telefonata fu eseguita dal Maresciallo di Finanza Sig. Mareschini.

In basso: Riccione oggi.

In seguito il Sig. X per assolvere pienamente il oompito, guidò personalmente i Sigg. Marescialli Marchesini della R.Finanza e Marchetti dei RR.Carabinieri, sul luogo del sinistro ed in seguito nella casa delle Signore Socol ove erano ancora riparati i due naufraghi Sigg.Bonezzi (silurista) e Surdi (fuochista).
In detta casa venne dai suddetti Marescialli redatto verbale dell'accaduto, nel quale verbale è fatta esplicita menzione dell'opera svolta dal Sig. X.
Dopo di che, affranto dalla stanchezza dello strapazzo sostenuto, tutto intirizzito, egli ritornò alla sua casetta (era la mezza di notte circa) dopo di aver cioè camminato per 4 ore sotto la gelida e formidabile burrasca che infuriò la notte dal 26 al 27 novembre u.s. nell'Adriatico. (I pescatori del luogo non ricordano burrasche simili se non a distanza di 10 o 16 anni addietro e chi è a giorno degli avvenimenti marittimi conosce quali altri sinistri essa ebbe purtroppo a causare.)
Il giorno dopo il Sig. X principiò a provare un vago malessere ed il giorno seguente si pose a letto ammalato di polmonite.

Malgrado l'assistenza instancabile e trepida della moglie angosciata (alla quale le difficili condizioni economiche del luogo e cioè mancanza di pane perché essa era sprovvista di tessera, mancanza assoluta di petrolio, ecc. rendevano ancor più penosa l'esistenza), nonostante fosse curato sapientemente dall'abilità colta ed esperta del Distintissimo Dott. Riccioni (medico condotto di Riccione) nella notte del 7 dicembre 1917 il Sig. X si spegneva inconsciamente, assistito nell'ora suprema solamente dalla povera moglie costernata.

In considerazione di quanto venne suesposto il sottoscritto X Olindo, figlio maggiore del detto Sig. X G.B., anche a nome della famiglia superstite (composta della moglie Sig.ra Laura (...) ved. X, del figlio Enrico (S.Tenente di Fanteria, prigioniero di guerra in Austria fin dal 1915) inspirandomi a superiori concetti di umanità e giustizia, ardisco rivolgermi con animo deferente verso quelle Autorità costituite, le quali coll'elevare verbale di quanto possa loro constare della predetta esposizione di fatti, mi possano agevolare l'attenzione da parte del Ministro della Marina, di un certificato di speciale civica benemerenza alla memoria del nostro indimenticabile perduto, sacrificatosi volontariamente in circostanze che tornano di fulgido onore a lui, di mesta alterezza ai membri della sua famiglia, e sopratutto di esempio indimenticabile a chiunque nutra forti sensi di nobilissimo altruismo.
Con fede sicura, che trae il suo alimento del culto di noi tutti nutrito per la Giustizia, la desolata famiglia confida che la nobiltà di sentimenti animante in quest'ora tutte le pure coscienze, tutte le ardite energie italiane, faciliterà il riconoscimento non solo spirituale, ma altresì formale dell'atto di civico eroismo compiuto dal nostro indimenticabile Perduto.

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Purtroppo non so quale sia stato l'esito di questo accorato appello dai toni patriottici, ma anche senza un riconoscimento ufficiale, questa storia meritava comunque di essere raccontata.
Il cacciatorpediniere "Zefiro", varato dalla Regia Marina nel 1904, è riuscito invece a mantenersi a galla fino al 1924, anno del suo definitivo smantellamento. Tra gli uomini che formarono il suo equipaggio si conta un altro riconosciuto patriota e martire della grande guerra: il tenente di vascello Nazario Sauro.

Infine, nell'ultima parte del racconto viene nominato il figlio Enrico, "prigioniero di guerra in Austria fin dal 1915". Lui lo ritroveremo più avanti, protagonista di un'altra avventura...

DETTAGLI:
Formato: cm 21 x 31
Pagine: 2

Provenienza:
Una scatola da scarpe piena di lettere, cartoline e vecchie storie.

6.3.09

r/029 - Sfere d'acciaio

Biglie metalliche provenienti da cuscinetti a sfera di veicoli a motore.

Queste sfere (7 in totale di cui una grande e 6 più piccole) sono state da me raccolte in due diverse occasioni. Quella nella foto in alto proviene dalla stazione degli autobus di Toledo (Spagna), mentre le più piccole sono il ricordo di una disavventura vissuta qualche anno fa durante un viaggio in pullman. Durante il tragitto di ritorno da una vacanza in Belgio, il mezzo, un Mercedes-Benz da granturismo, ebbe un guasto al motore e scaricò tutti i passeggeri (una trentina) in una stazione di servizio. Dopo diverse ore di attesa finalmente arrivarono i tecnici, e venne fuori che la causa di tutto era proprio una delle sferette nella foto (quella al centro, vistosamente deformata dall'attrito).


I cuscinetti a sfera sono molto usati nella meccanica moderna, e la loro funzione è principalmente quella di ridurre l'attrito tra due parti meccaniche (o masse) in movimento. Per il loro corretto funzionamento è essenziale che siano mantenuti ben lubrificati.
Quando il lubrificante (grasso o olio che sia) scarseggia o non è distribuito in modo uniforme, il risultato è quello che si vede nella foto a lato. Negligenza degli autisti o normale usura meccanica dovuta all'età del mezzo e alle migliaia di chilometri macinati nel corso degli anni? Non saprei dirlo. Quello che è certo, però, è che questa piccola sfera del diametro di nove millimetri è stata in grado di mettere ko un pullman con un motore da 350 CV...

Fin da bambino ho sempre avuto un'attrazione particolare per le forme sferiche e circolari: biglie di vetro, palline di gomma, monete, tappi di bottiglia... e vedendo queste sfere d'acciaio (che il solerte meccanico gettò tranquillamente al suolo), non potei evitare di raccoglierle. Dopo averle ripulite dai resti di grasso bruciato che le ricopriva, le portai a casa con me e le misi in un barattolo di vetro, dove si trovano tuttora.

La sfera è il solido perfetto dei filosofi greci, sempre uguale da qualsiasi punto lo si guardi, forma sfuggente nella quale l'occhio umano non riesce a trovare un appiglio, un riferimento. E' qualcosa che esiste fisicamente ma che ci rimanda all'insondabile, al soprannaturale.
La sfera in sé ha qualcosa di sacro, come tutte le figure geometriche simmetriche e centrali, che rispondono evidentemente ad archetipi ben precisi attraverso i quali noi percepiamo la struttura del mondo che ci circonda, e che forse ci rimandano alla stessa forma dell'universo, che secondo alcune teorie sarebbe appunto sferico.

Sferica è la Terra sulla quale ci muoviamo e che gira attorno al sole, anch'esso una sfera. A sua volta la terra ruota su sé stessa, giocando a nascondino con quell'altra pallina che vediamo nel cielo, la luna. Attorno al sole girano altre sfere grandi e piccole, e tutte queste palle in movimento ricevono il nome di "sistema solare", che a sua volta gira all'interno della galassia (la rivoluzione completa impiega ben 200 milioni di anni).
Ma anche la galassia è solo una tra tante, e pure lei è in movimento...

Sfere più grandi, sfere più piccole... l'infinitamente grande ricorda così tanto l'infinitamente piccolo, gli atomi in movimento che generano calore... e alla base di tutto, sempre lei: la sfera.

Sarà forse anche per questo che uno dei misteri archeologici più affascinanti riguarda proprio le "bolas de piedra".
Per chi non sa di cosa si tratta riassumerò in breve i dati principali:

A partire dagli anni '30 in Costarica sono venute alla luce centinaia di sfere di pietra di varie dimensioni, tutte perfettamente levigate, sepolte o semi-sepolte nel terreno anche in piena foresta e in zone montagnose particolarmente difficili da raggiungere. Queste sfere non sono di formazione naturale, e allo stesso tempo non presentano segni di lavorazione con strumenti metallici. In base al peso e alla profondità alla quale sono state rinvenute, si è calcolato che si trovino in quei luoghi da almeno 2.000/3.000 anni. Si conosce poco circa le popolazioni locali dell'epoca, ma sembra difficile che fossero in grado di realizzare manufatti di tale precisione con i mezzi a loro disposizione, e soprattutto di trasportarli per decine e decine di chilometri (tanto distano le più vicine formazioni rocciose che potrebbero aver fornito la materia prima per la loro produzione).
Alcune di esse sono state rinvenute perfino su un'isola, per cui i loro costruttori avrebbero dovuto trasportarle attraverso l'oceano (stiamo parlando di blocchi di almeno 9 tonnellate). A quale scopo poi?

Le teorie in proposito si sprecano. Alcuni sostengono che le sfere rappresenterebbero le stelle del cielo, e che sarebbero state posizionate in quel modo come per riprodurre sulla terra le costellazioni. Purtroppo però molte di esse sono state rimosse dalla loro posizione originale, quindi è impossibile verificare questa ipotesi.
Secondo altri, sarebbero una sorta di "percorso segnaletico" visibile dal cielo per l'atterraggio o la navigazione di mezzi volanti.
Il tema degli "alieni" o di "antiche civiltà tecnologiche" ritorna spesso quando si parla di archeologia misteriosa, e nonostante si trovino in rete le teorie più strampalate e una quantità di falsi storici, non mi sento di escluderla a priori. Anzi, anche io ho le mie teorie personali in proposito, e una di queste riguarda proprio le sfere di pietra.

Due dati in particolare mi hanno particolarmente colpito:
  1. Le sfere non si trovano mai sole, ma in gruppi più o meno numerosi, e molte di queste hanno le stesse esatte dimensioni (con uno scarto massimo di 1 millimetro);
  2. Gli indigeni spesso hanno attribuito alle sfere misteriose proprietà curative e rigeneranti, dichiarando che nelle immediate vicinanze delle pietre anche la vegetazione cresce più forte e rigogliosa.
Torniamo allora all'oggetto di questo post (le sfere d'acciaio), e proviamo a fare un semplice esercizio associativo. Come ignorare la similitudine di queste sfere di pietra sparse sul terreno - come gettate dall'alto da una mano gigante - con l'immagine di quelle biglie metalliche gettate sull'asfalto dell'area di servizio?
E se... l'origine di quelle enigmatiche sfere non fosse poi tanto diverso?

Questa è solo una delle tantissime foto che circolano a proposito di UFO e avvistamenti. Non mi addentrerò in un'analisi dettagliata per stabilire se sia o meno truccata. Molte lo sono, altre secondo me no.
Non mi interessa neppure discutere se questi mezzi abbiano un'origine umana o extraterrestre, non è questo il luogo indicato.

Ma se avete osservato bene l'immagine, avrete senz'altro capito dove voglio arrivare.
Da varie testimonianze e ricostruzioni realizzate in ambiente ufologico, sembra che questi "oggetti volanti non identificati" riescano a muoversi sfruttando in qualche modo il magnetismo terrestre. Forse, dico io, per "sintonizzarsi" correttamente con questa invisibile energia che avvolge il nostro pianeta è necessaria la presenza di elementi geologicamente compatibili con esso, che adeguatamente magnetizzati possano svolgere il compito di veri e propri ammortizzatori. La carica positiva o negativa determinerebbe poi il movimento del disco.

E qui mi ricollego ai due punti elencati più sopra.
  1. Le sfere di dimensione uguale in gruppi più o meno numerosi sarebbero evidentemente le "ruote" di uno stesso carro. Se guardiamo in una discarica di pneumatici ne vedremo di tutte lo misure, ma a seconda del mezzo d'origine (moto, auto, camion) ne troveremo gruppi di 2, 4 o 6 dello stesso tipo;
  2. Alcuni elementi di cui sono composte le sfere, in particolare il gabbro e la granodiorite, contengono un elevato indice di magnetite, ed è proprio questo minerale ferroso che determina le proprietà "benefiche" delle sfere sulla vegetazione. Ma è mai possibile che questi indigeni dovessero andare a cercare proprio una roccia magnetica?
Il mio è un volo di fantasia, lo ammetto. Non sono in grado di apportare altri dati scientificamente accettabili a riprova di quanto affermato. Non sono né un fisico né uno scienziato, ma solo un raccattapalle visionario e curioso.
Non resisto però all'ironia di immaginare che quello che frotte di studiosi, ufologi e guru new age vedono come un cammino verso le stelle disegnato per noi da una razza aliena buona e super-evoluta, non sia altro che una discarica a cielo aperto di pezzi meccanici usati da chi da tempi immemorabili viene a fare i suoi porci comodi nei nostri cieli.
Certo, se anche noi sapessimo far girare le palle come fanno loro...

(Se volete saperne di più sulle sfere di pietra, potete incominciare da QUESTO articolo)


DETTAGLI
Sfera grande
Diametro: appena la ritrovo lo misuro
Peso: idem come sopra
Sfere piccole
Diametro: 0,9 cm
Peso complessivo: 20 gr

Provenienza:
Sfera grande: Estación de autobuses de Toledo (Spagna), 2004.
Sfere piccole: Stazione di servizio autostradale nei pressi di Luzern (Svizzera), 1997.

9.2.09

r/028 - Scheggia di Mauthausen

Frammento di legno proveniente da una baracca del campo di concentramento nazista di Mauthausen (Austria).

In questo periodo in cui sui titoli dei giornali si legge così spesso la parola "negazionismo", mi sembra appropriato inserire nel catalogo anche questo "povero" pezzo di legno, che se potesse parlare chissà quante ne avrebbe da dire in proposito...

Raccolsi questa scheggia nel 1991 dal pavimento di una delle baracche del campo di concentramento nazista di Mauthausen, una ridente cittadina austriaca immersa nel verde che durante gli anni della deportazione è stata teatro di azioni che di ridente hanno ben poco.
All'epoca avevo 16 anni, e mi recai in vacanza in Austria con i miei genitori. Nel nostro itinerario, che toccò Innsbruck, Salisburgo e Vienna, facemmo tappa anche a Mauthausen.
Non ricordo quanto ci fu di casuale e quanto di pianificato in questa scelta, ma questa piccola deviazione per raggiungere il paesino nella provincia di Linz fu fatta con l'obiettivo preciso di visitare il lager.
La struttura, conservata in parte "a futura memoria", viene oggi visitata da migliaia di persone ogni anno, e all'interno delle baracche era allestita una mostra di oggetti e documenti fotografici che definire "forti" è dir poco.
Eppure, questa semplice visita di una mattina d'estate di 18 anni fa, mi ha insegnato molto di più che anni di studi sui banchi di scuola.

In realtà quello di Mauthausen-Gusen era il più grande di una serie di campi minori dislocati nella zona, ed era stato denominato Lagerstufe III (cioè di terzo grado, il più duro). Fu l'unico campo di prigionia indicato con questo grado.
Venne inaugurato nell'agosto del 1938 e destinato a “... detenuti con gravi pendenze penali, non rieducabili, e allo stesso tempo anche penalmente pregiudicati e asociali, ovvero per detenuti per ragioni di pubblica sicurezza, che possono a mala pena essere rieducati...” , infatti vi furono internati socialisti, omosessuali e rom.

L'interno di una baracca.

In seguito vi si aggiunsero una quantità di deportati polacchi, soprattutto artisti e professori universitari, più di 7.000 repubblicani spagnoli e prigionieri di guerra sovietici.
Negli anni poi vi furono ondate di deportati trasferiti da altri campi. Si stima che in totale nei vari sottocampi siano transitati circa 335.000 persone, uomini, donne e bambini (c'era anche una sezione femminile). Con il termine "transitati" non intendo dire che poi abbiano lasciato il campo per altri luoghi...
Se Dachau era inteso come campo di internamento, infatti, Mauthausen era visto dai nazisti come un vero e proprio campo di sterminio e pertanto gli internati potevano avere ai loro occhi solo il privilegio di vivere qualche mese in più, fino a che servivano nelle cave di pietra. Poi, in base a precisi programmi, venivano eliminati e sostituiti da altri in condizioni fisiche migliori. Vi era un continuo ricambio per mantenere la produzione ai più alti livelli possibili, ma per i lavoratori l'unica costante era lo sterminio, portato a termine con i seguenti metodi:
  • Il durissimo lavoro nelle cave di pietra, con il trasporto di blocchi pesanti fino a 50 chili lungo la scalinata che dalla cava risaliva al campo, soprannominata appunto la "scala della morte", e descritta nel libro "I 186 gradini" di Christian Bernadac.
  • Le camere a gas (che SI' esistevano e sono ancora ben visibili, così come le montagne di lattine di Zyklon B, il gas usato nelle "docce disinfettanti").
  • Docce gelate della durata di diverse ore fino alla morte per ipotermia alle quali vennero sottoposti circa 3.000 internati .
  • Fucilazioni di massa (Il comandante del campo, quando suo figlio compì 18 anni, gli regalò una pistola, poi mise in fila una ventina di prigionieri e insegnò al figlio a fare tiro a segno).
  • Esperimenti medici (una delle sezioni più raccapriccianti della mostra, corredata da molte foto dell'epoca, ne illustra i risultati).
  • Dissanguamento.
  • Iniezioni di benzina nel cuore.
  • Impiccagioni.
  • Ogni settimana morivano più di 2.000 prigionieri per fame. Il peso medio dei "detenuti" era di 42 chilogrammi.
Non posterò qui nessuna foto dell'epoca, ma se siete interessati a verificare che i fatti qui esposti sono realmente accaduti e non si tratta di un'invenzione sionista come alcuni sostengono, vi basta fare una veloce ricerca sul web (rovate a digitare "Mauthausen" nella ricerca immagini di Google). La documentazione in proposito non manca.

Per alleggerire un po' l'atmosfera, vi propongo un pezzo del cantautore spagnolo Javier Krahe che con la sua solita ironia ben descrive l'estro che l'uomo ha sempre avuto nell'inventare nuovi mezzi per torturare e ammazzare i suoi simili. E' del 1980 e si intitola "La hoguera" (Il rogo):



"E’ un argomento molto delicato
Quello della pena capitale,
perché oltre a quello del condannato,
entra il gioco il gusto di ognuno.
Impalamento, lapidamento,
immersione, crocifissione,
scorticamento, squartamento,
tutte sono degne di ammirazione.

Ma lasciate, ah, che io preferisca
Il rogo, il rogo, il rogo.
Il rogo ha un non so che
Che solo lo possiede il rogo.

So che hanno provato la loro efficacia
Le cartucce del plotone;
La ciliegina del colpo di grazia
È un’esclusiva del muro.
La ghigliottina, com’è ovvio,
possiede lo chic dei francesi,
la testa che cade nella cesta,
occhi e lingua di traverso.

Ma lasciate...

Non ho elogi a sufficienza
Per la camera a gas,

che per grandi contingenti
ha dimostrato di essere l’asso.
Non negherò neppure che il dondolìo
Dell’impiccato una scoperta è,
né come si stira il colpevole
quando gli zavorrano i piedi

Ma lasciate...

Scuotere con corrente alternata
Riconosco che non è niente male;
la sedia elettrica è moderna,
americana, funzionale.
E so che funzionava a meraviglia
La nostra bella garrota
Per sistemare il bavero
Alla collottola più incivile"

Nelle immagini qui sotto, tre disegni dell'artista Agostino Barbieri (deportato a Mauthausen nel novembre del 1944) illustrano la vita - e la morte - quotidiana all'interno del campo meglio di qualsiasi parola.

DETTAGLI
Dimensioni: cm 12,3 x 2,9 x 0,6
Peso: 5 gr

Provenienza: 1991, Konzentrationslager Mauthausen-Gusen (Österreich).

18.1.09

r/027 - Mummia di geco

Resti essiccati di un piccolo esemplare della famiglia gekkonidae, rinvenuto sul terrazzo di casa spostando un vaso.

Questi piccoli rettili (noti comunemente con il nome di gechi), sono largamente diffusi in tutte le zone calde del pianeta e sono assolutamente innocui per l'uomo.
Si nutrono principalmente di insetti, che cacciano nelle ore notturne, e trovano il loro ideale rifugio nelle case, tanto di campagna come di città, infilandosi sotto le tegole o nei muri. Per comunicare tra loro emettono un caratteristico suono ovattato simile a uno squittio.

I gechi hanno l'incredibile capacità di arrampicarsi su qualsiasi superficie. Le loro zampe infatti sono dotate di circa 14.100 setole per millimetro quadrato. Le setole si dividono in centinaia di diramazioni, le cui estremità sono larghe solo 0,2 micrometri (contro i 10 dei capelli umani).
Per farle aderire alla superficie occorre una piccola forza di precarico, e per staccare la zampa il geco non deve fare fatica: basta cambiare l'inclinazione delle setole e la forza di adesione viene a mancare.
Grazie a queste strutture straordinarie i gechi possono aderire al vetro smerigliato, su sostanze lisce a livello molecolare come l'arseniuro di gallio, su sostanze idrofile e idrofobe, oltre che nel vuoto o sott'acqua. Se le zampe si sporcano bastano solo pochi passi affinché ritornino pulite.
Nella foto in basso, un possibile parente del defunto, fotografato qualche tempo prima nel bagno di casa (la foto andrebbe vista in verticale).

Tra i rappresentanti della classe dei rettili, i gechi sono forse quelli con cui siamo più abituati a convivere, insieme alle lucertole. In tutta la storia dell'uomo comunque, la figura del rettile è sempre stata presente, nelle forme più diverse.
La mitologia da questo punto di vista riveste un ruolo unificatore, in quanto tutti i popoli della terra, dall'Asia all'Africa, dalle Americhe all'Europa, hanno sempre incluso nei propri culti e nei propri miti la figura del rettile: sia esso reale o di fantasia, divinità o demone...

Basti pensare per esempio alla Bibbia, dove il serpente è presente tanto all'inizio (Genesi) che alla fine dei tempi (Apocalisse). E non solo, dal momento che lo stesso Mosè eresse l'effigie in rame di un serpente, chiamato Nehushtan (Libro dei Numeri 21:5-9) che avrebbe curato chiunque l'avesse guardato dal morso velenoso dei serpenti che infestavano la regione.

Questo animale è infatti spesso associato alla medicina ed alle capacità curative, come nel caso del dio sumero Ningishzida, dal quale deriva direttamente la figura del Caduceo che ancora oggi è un simbolo medico molto diffuso.

Nella mitologia dell'antico Egitto, il serpente-mostro Apep cerca sempre di impedire al dio sole, Amon-Ra, di sorgere ogni giorno.
Tuttavia, gli egiziani stessi consideravano la doppia natura del serpente, che associavano anche alla resurrezione, per via della muta. Un antico testo egizio, scritto per aiutare i morti a risorgere, faceva recitare ai defunti i seguenti versi:

"Io Sono il Serpente Sata dagli infiniti anni,
Io muoio e rinasco ogni giorno
E rinnovo me stesso
Ringiovanendo quotidianamente."

Nella mitologia persiana, il serpente porta malattia e morte. Una volta Ahirman, lo spirito del male, si trasformò in un serpente che si intrufolava nelle anime degli esseri umani per portarvi lussuria, falsità, avidità, violenza e vendetta.

All'altro lato dell'oceano, nell'attuale Messico gli aztechi veneravano invece Quetzalcoatl, il serpente piumato (chiamato anche Kukulkan dai maya e Gukamatz dai quiché)
I sacerdoti ed i re mesoamericani a volte prendevano il nome delle divinità che veneravano, perciò, Quetzalcoatl e Kukulkan sono anche nomi di personaggi storici.

Ma parlando di miti, come non citare i draghi, esseri dall'aspetto rettiloide presenti in moltissime e differenti culture, dal lontano oriente all'Europa!
Questi mostri mitologici hanno rivestito anche nel mondo cristiano il ruolo di demoni e perfino del maligno (San Giorgio e il drago), e sono ancora ben presenti ai giorni nostri nell'araldica, nell'arte, nella letteratura e nel cinema.
Sembra insomma che l'uomo provi un'attrazione particolare verso rettili, sauri e affini. Anche l'inossidabile successo dei grandi dinosauri lo dimostra.

E se tutti questi miti e queste creature avessero in realtà un'origine comune?
Nei confronti dei rettili le nostre reazioni sono sempre estreme. C'è chi li adora e chi inorridisce al solo pensiero di incontrarne uno. E' molto difficile rimanere indifferenti.
Che sia questo il segnale che sotto c'è qualcosa di più, forse addirittura nella nostra memoria genetica?

Anche al giorno d'oggi miti e leggende non mancano, e recentemente hanno trovato terra fertile con la nascita di internet, dove riescono a diffondersi istantaneamente su tutto il pianeta.
Oggi però non si parla più di draghi o serpenti, ma di rettiliani. Questi sono gli esseri che, secondo quanto si dice, abiterebbero la terra sin dalla notte dei tempi (cioè da molto prima della comparsa dell'uomo) e continuerebbero a muoverne le sorti di nascosto con la complicità dei cosiddetti "illuminati".
Il più conosciuto sostenitore di queste teorie complottiste è lo scrittore inglese David Icke.

Ma come accadeva un tempo con i serpenti divini, anche i rettiliani possono dividersi in buoni o cattivi.
Ne è riprova l'intervista a una rettiliana che si fa chiamare Lacerta e che recentemente ha fatto il giro della rete. La trovate QUI tradotta in varie lingue (è molto lunga ma vale la pena di essere letta, meglio tenersi informati su certe cose).

P.S.: Se dalle mie parole traspare un po' di sarcasmo non fateci caso. In realtà sono assolutamente convinto che presto i rettiliani verranno allo scoperto, e allora scopriremo quali sono i buoni e quali i cattivi.

DETTAGLI
Estensione massima: 2,6 cm
Lunghezza della testa: 0,9 cm
Peso: quasi nullo

Provenienza:
Granada, "terra di sangue e di sole", 2006. Dietro un vaso di campanelle secche sul terrazzo di casa.

5.1.09

r/026 - Asse di Salduie

Moneta in bronzo di epoca romana del valore di un asse.

L'asse (as in latino) nasce come unità di peso, e diventa moneta nel IV° secolo a.C., rimanendo in circolazione a fasi alterne fino al III° secolo d.C..

Si tratta di un valore piuttosto basso (1 decimo di denaro) ed è quindi una moneta molto diffusa, anche se ne esistono molte varianti. Questo perché, al contrario di quanto accadeva con le monete in argento e oro, il Senato romano poteva concedere la delibera di coniazione di assi alle varie province dell'Impero.
E' il caso di questa moneta, coniata nella provincia iberica di Salduie (l'odierna Saragozza) tra il I° e il II° secolo a.C., e che segue il classico tipo "ispanico" usato in quasi tutta la penisola: un profilo maschile sul dritto (A) e una figura a cavallo sul rovescio con in basso indicata la località di emissione (B).

Il nome romano di Saragozza era in realtà Caesar Augusta, mutato poi in Saraqusta ed infine nell'attuale Zaragoza, ma nella moneta viene indicata con l'antica lingua delle popolazioni ìbere che vivevano nella regione.

Le lingue preromane nella penisola iberica intorno al 200 a.C.


La parola "Salduie" è composta da sette lettere, ma qui appaiono solo sei caratteri: S-A-L-DU-I-E. Nella lingua ìbera, infatti, alcuni segni non si riferivano a singoli suoni, ma a intere sillabe, come nel caso del segno DU/TU. Nello schema a lato sono riportati i segni dell'alfabeto ìbero e la loro traslitterazione fonetica nell'alfabeto attuale, e nell'immagine in basso vengono evidenziati quegli stessi segni sulla moneta, affiancata per chiarezza ad una riproduzione di una moneta dello stesso tipo.

Questa moneta mi fu regalata all'epoca del liceo dal mio professore di religione, don Boldorini.
Al di là del fatto che si trattasse di un sacerdote e che la sua "materia" vertesse su un tema al quale noi ragazzi non prestavamo troppa attenzione, la cultura e la preparazione che mostrava nelle sue lezioni era degna di nota, e spaziava spesso nei campi più disparati: storia, archeologia, scienza, attualità... ed era forse uno dei pochi professori che stavo a sentire con interesse senza leggere di nascosto qualche fumetto appoggiato sotto il banco.
Spesso le sue lezioni si trasformavano in una sorta di colloquio, di botta e risposta tra le sue posizioni (più o meno fedeli ai dettami della Chiesa) e le nostre, suscitando in più occasioni animate discussioni. Ricordo che uno dei temi affrontati durante le sue ore fu quello della Sindone conservata a Torino, e considerata da molti il sudario che ricoprì il corpo del Cristo nel sepolcro.

Non mi adentrerò in dettagli perché, sebbene questa pagina nasca anche per raccontare storie, quella della Sindone sarebbe troppo lunga per un solo post. Uno degli elementi più citati da chi ne sostiene l'autenticità, comunque, è la presenza dell'impronta di due piccole monete, rilevata attraverso analisi tridimensionali dell'immagine, poste sugli occhi del defunto secondo l'usanza del tempo.
Io ero al corrente di questo fatto per averlo letto su un fascicolo dell'enciclopedia di numismatica che stavo acquistando in edicola, e don Boldorini evidentemente apprezzò questo mio interesse per l'argomento.
Anche lui aveva una discreta collezione di monete antiche, per la maggior parte ricevute in dono, e qualche tempo dopo venne a scuola con un vecchio album che per me era l'equivalente di uno scrigno del tesoro.
Durante l'intervallo mi mostrò tutte le monete, e mi disse che avrei potuto sceglierne una e tenermela.

Non ricordo nessun pezzo realmente di grande valore, ma c'era un po' di tutto: romane imperiali, medievali, ottocentesche... in condizioni più o meno buone. Alcune erano così consumate che ormai era impossibile capire di che moneta si trattasse.
Alla fine, con mano tremante per l'emozione, ne estrassi una che mi sembrava interessante, anche se non riuscii a capire di dove fosse. Inizialmente pensai fosse greca e che raffigurasse un Pegaso alato, ma fu solo dopo qualche anno, consultando gli archivi che incominciavano ad essere pubblicati su internet, che scoprii su quale pezzo era caduta la mia scelta. E fu una gradita sorpresa, visto che nel frattempo mi ero trasferito proprio in Spagna e che Saragozza era una delle tappe obbligate nei miei spostamenti in bus tra Genova e Granada.

Unica delusione: Pegaso non era alato, ma un semplice cavallo al galoppo sormontato da un uomo vestito con un clamide (mantello corto) e con in mano una palma.

DETTAGLI
Dimensioni: da verificare
Peso: da verificare
Periodo: I°-II° secolo a.C.

Provenienza:
1993, collezione privata di don Boldorini.

16.12.08

r/025 - Figurine MiraLanza

Raccolta di 12 figurine MiraLanza della serie "I viaggi dell'Olandesina".

Queste figurine facevano parte di una conosciutissima raccolta a premi, ed erano contenute nelle confezioni dei prodotti MiraLanza: detersivi in polvere, detersivi liquidi, saponi, ecc.
Le prime figurine di questa serie entrarono in commercio all'inizio degli anni '80, sostituendo quelle precedenti di "Calimero e i monumenti d'Italia". Furono ritirate progressivamente a partire dal 1987, ma si potevano trovare ancora in alcuni prodotti fino all'inizio degli anni '90.
A seconda del detersivo acquistato, variava il loro valore (ve n'erano da 5, 10, 15, 25 e 50 punti), e la "sottoserie" di appartenenza: India misteriosa (con il simbolo di un cobra a due teste), Favoloso Islam (con le due scimitarre verdi), Grande Nord (l'orso polare) e Africa nera (la testa di leone).
Una volta raggiunto il numero di punti necessario per ottenere il premio tanto agognato, le figurine venivano consegnate al proprio negoziante o spedite al produttore e iniziava la trepida attesa...

Ricordo che mia madre mi consegnava le figurine perché io le leggessi e ci giocassi, ma con la raccomandazione di non romperle. Sul retro di ogni scheda infatti, c'era una descrizione dell'immagine frontale, che spesso risultava molto evocativa ed era studiata apposta per incuriosire soprattutto i bambini. Una ragione in più per le loro mamme per comprare quel prodotto e non un altro.
Arrivammo a metterne insieme davvero tante (mi sembra un centinaio), e alla fine, contammo tutti i punti per decidere come "spenderli" in base a quello che offriva il catalogo. Se non ricordo male la scelta di mia madre cadde su una pentola a pressione.

Essendo la MiraLanza una società con sede in Genova, non dovemmo neppure attendere la spedizione, ma ritirammo il regalo direttamente in un punto vendita che si trovava non lontano da casa nostra.

Questi 210 punti sono in parte il "resto" di quel giorno, ai quali si aggiunsero altre figurine che però non vennero fortunatamente mai scambiate.
Dico fortunatamente perché la pentola infatti è stata rottamata ormai da parecchi anni, mentre le figurine sono ancora qui, ed ora entrano a far parte ufficialmente del mio Rumentaio.

Nell'immagine a sinistra, una pubblicità dell'epoca illustra i prodotti nei quali si potevano trovare i punti, indicando pure una tempistica ideale per raccoglierne un numero considerevole in pochi mesi. In fondo bastava solo fare qualche bucato in più...

La promozione di questa raccolta punti fu accompagnata da una massiccia operazione di marketing radio-televisivo. Gli spot vedevano la partecipazione del noto presentatore televisivo Corrado Mantoni, e fu incisa anche una sigla cantata da Donatella Bianchi, che per la sua orecchiabilità contribuì non poco al successo della campagna.
Clicca il pulsante per ascoltarla:


La maggior parte dei punti raccolti da mia madre provenivano dai fustini di KOP e BIOL, e quindi le serie di cui possedevo più figurine erano quelle relative all'Islam e all'Africa. Ne ricordo anche altre che non ho più, come quella che raffiugurava il profilo di un rinoceronte o una con il viso di una giovane africana.

Alcuni fustini di detersivo, dopo l'uso, si trasformavano in contenitori per i miei giocattoli.
Ne possedevo diversi, che conservavo nel salotto di mia nonna. Uno era pieno di macchinine, in un altro avevo riversato tutti i pezzi del Lego, un altro ancora ospitava i soldatini e gli animaletti di plastica...
Decisamente non era una scelta molto azzeccata dal punto di vista igienico, anche se risultava sicuramente comodo e più "ordinato". Nonostante infatti fossero stati lavati prima del cambio d'uso, l'odore del detersivo era impossibile da eliminare, ed ogni volta che ne scoperchiavo uno non potevo evitare di respirarlo.
Il ricordo è ancora chiaro, e inevitabilmente lo associo al momento del gioco quando, dopo aver sollevato il coperchio di plastica, rovesciavo tutto il contenuto del fusto sul pavimento e iniziavo a creare i miei mondi paralleli...

Ecco qui la descrizione della figurina che vedete in alto a sinistra. Appartiene alla serie "Favoloso Islam" e tratta di miraggi:


Ed ecco qualche immagine trovata su internet di un catalogo (anche se della serie precedente) dei premi che si potevano ottenere raccogliendo, ad esempio, 5000 punti:




DETTAGLI:
Formato: cm 4,7 x 6,9
Totale punti: 210
Anno: probabilmente tra il 1985 e il 1989
(Non sono riuscito a reperire nessuna informazione circa l'autore delle illustrazioni. Se qualcuno sa chi le ha realizzate, può segnalarmelo nelle note, e verrà citato nel post)


Provenienza:
Una scatola piena di vecchi cimeli e ricordi d'infanzia, infilata in un cassettone di difficile accesso.